
R come Radici. La parola di Settembre del nostro Alfabeto per il domani
Settembre è un mese di nuovi inizi e di domande che tornano a farsi spazio.
Riprendiamo così l’Alfabeto per il domani di CCW, parole che si fanno opere, che si fanno azioni. Per settembre, insieme a Giovanna Brambilla, storica dell’arte, esperta di partecipazione e membro della comunità di conoscenza di CCW, che cura il programma, abbiamo scelto una riflessione sul bisogno di ri-conoscere le radici.
Abbiamo bisogno di radici?
Ad accompagnarci nella ricerca di una risposta, che non è scontata, è un’immagine all’apparenza misteriosa del geniale Francesco De Grandi, artista di Palermo, disegnatore di straordinaria poesia e sensibilità. Vi campeggiano un bambino e due bambine, cuccioli d’uomo con gli occhi chiusi, le cui gambe, come una metamorfosi botanica, prendono la forma di radici.
Questa tavola, che fa parte degli Studi d’anatomia immaginaria, vede il disegno crescere affondando in una pagina di un vecchio testo di medicina, uno di quei manuali spesso presenti nelle case, come strumento chiave per leggere disturbi e malattie. Sono delicatissime queste figure e rimandano a un saggio – La prima radice – scritto nel 1943, nell’infuocare del conflitto mondiale, dalla filosofa francese Simone Weil. Vi si parla di doveri e necessità ed emerge, tra tutti, il bisogno di radicamento, fondamentale per l’anima umana. Essere sradicati, a causa di guerre, conquiste, denaro, scarso accesso all’istruzione, prende la forma di una malattia sociale e si può facilmente leggere il welfare culturale come una pratica di “cura del radicamento”, fin dall’infanzia, per costruire appartenenza in territori e comunità fragili.
Ma serve, forse, fare un passo avanti, e a ispirarci sono proprio le radici che De Grandi ha disegnato, che si ramificano procedendo in profondità, espandendosi fino a sfiorarsi e incontrarsi. L’approdo dei rizomi, infatti, sono dei piccoli corpi, perché la radice non riproduce se stessa quando affiora. Lo ricordava anche Paul Klee, paragonando l’artista all’albero: affonda le radici nella terra, nella vita, ma nessuno chiede a una pianta di avere le fronde uguali alle radici, perché la chioma è il dispiegamento della creatività e della libertà di pensiero, e bambini e bambine sono la messa al mondo del mondo.
Infine, un’unica radice ci ancora alla terra senza possibilità di apertura all’altro, e ora più che mai è fertile lo sguardo che sa pensare a reti multiple, orizzontali, di relazioni. Così, di fianco a Simone Weil evochiamo Édouard Glissant, poeta e filosofo caraibico, di lingua francese, che nel suo libro Poetica della relazione racconta di un’identità rizoma.
Contro la “radice unica”, spinto dal pensiero creolo, egli accompagna con le sue parole l’idea che ogni vita è a suo modo una migrazione, così come ogni identità è una relazione, per fare nascere comunità plurali e intrecci culturali. In mesi come questi in cui la parola “remigrazione” abita troppe conversazioni in modi all’apparenza innocui, vedere queste bambine e questo bambino che, nel sonno lento della crescita, emergono dal fondo scuro cercandosi con lo sviluppo di radici estese indica una via, una speranza da coltivare, che fa di ciascuno di noi, nell’attenzione alla vita che cresce, un giardiniere costante e appassionato.
Francesco De Grandi
Atlante di anatomia immaginaria, 2018
inchiostro e collage su materiale d’archivio, cm 35×28
Courtesy l’artista
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