
D come Desiderio
Per l’Alfabeto del Domani, curato per CCW dalla storica dell’arte Giovanna Brambilla, a giugno scegliamo una parola antica e necessaria: desiderio. In un tempo che ci vorrebbe prevedibili, misurabili, programmabili, ricordiamo che siamo molto di più delle nostre tracce digitali. Come afferma Papa Leone IV nella sua prima enciclica: siamo desideri e non algoritmi. Il desiderio è una forza politica prima ancora che personale. È ciò che ci fa immaginare ciò che ancora non c’è, riconoscere ciò che manca, costruire legami, generare comunità. Non il consumo di un bisogno, ma l’apertura a un possibile.
CCW muove da questo principio oltre il bisogno, pensa desideri delle persone, a comunità di desiderio per un futuro da desiderare insieme. Perché ogni cambiamento nasce due volte: prima nell’immaginazione, poi nel mondo. E il desiderio è il luogo in cui queste due nascite si incontrano.
Un giovane, dal corpo sinuoso, in equilibrio instabile, che ha bisogno di un punto d’appoggio; gli occhi sono un po’ incavati, volti verso il cielo, l’espressione è malinconica. È così che, nel clima del tardo classicismo, lo scultore Skopas, nel IV secolo avanti Cristo, dava forma al desiderio.
Nell’antica Grecia i desideri d’amore erano incarnati da due fratelli, Eros, che rappresentava il desiderio per ciò che è presente ai nostri sensi, e Pothos, che invece raccontava il desiderio nostalgico e malinconico per ciò che è assente e che ci sfugge.
Non si tratta di una tristezza passiva, che si avvolge su sé stessa, ma di un sentimento attivo che spinge alla ricerca di ciò che manca, per colmare la distanza. Lo si vede spesso nel campo del welfare culturale: quando è importante la cura, quando si persegue il riscatto sociale, la partecipazione culturale diventa una leva strategica e preziosa, che nasce spesso dalla consapevolezza dell’assenza di qualcosa, che può essere la salute, le relazioni, le opportunità di crescita. Così piace leggere Pothos, come la raffigurazione di quella forza e di quella determinazione capace di trasformare la vulnerabilità in una tensione volta al cambiamento, proiettata verso il futuro, facendo della mancanza un vuoto generativo da colmare. A questo si leva lo sguardo, non senza richiamare l’etimologia della parola desiderio, da de-sidera, la mancanza delle stelle, la consapevolezza di avere perso la rotta.
Siamo esseri desideranti, senza fraintendere il senso di questo termine, che non ha nulla a che fare con il consumo vorace e passivo, ma coincide con il cuore pulsante dell’agency umana.
Nella “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di papa Leone XIV di cui già tanto si discute, di desiderio si parla, come di una parte di noi da tutelare, soprattutto dal rischio della ricerca di risposte nelle intelligenze artificiali. Si legge, infatti “Quando la parola viene simulata, essa non costruisce una relazione, ma una sua parvenza. L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”.
L’esperienza culturale, al contrario, non è ingannevole, non è artificiale ma partecipativa, muove dall’umano verso l’umano, aiuta a uscire dalla passività per una ricerca di senso, e si attiva sempre dentro una relazione. Pothos ce lo mostra, nel suo essere in bilico, ma capace di ancorarsi a un sostegno, negli occhi spalancati che non guardano in basso, rassegnati, ma sfidano le nuvole, nella ricerca di qualcosa che plachi il desiderio perché – e lo dico per esperienza – ogni volta che l’arte viene accolta nei luoghi di cura o di marginalità, certamente non elimina il dolore o le situazioni di svantaggio, ma consente di desiderare altro, restituisce dignità, ricorda che ogni vita è densa di significati e degna di legami comunitari, rispetto e riscatto.
Copia di età adrianea da originale di Skopas del IV secolo a.C.
Marmo, h. 180 cm
Roma, Musei Capitolini, Centrale Montemartini, CC BY 3.0
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