
C di COLTIVARE
Accogliamo la storica dell’arte Giovanna Brambilla, membro della comunità di conoscenza di CCW, per lo sviluppo di un Alfabeto per il domani, che parta da lettere che diventano parole, parole che diventano opere, opere che generano conoscenza e coscienza.
Jean-François Millet, Le spigolatrici, 1857
Olio su tela, cm 116 x 143,5
Il lemma “coltivare”, nella fonte della Treccani, apre un ventaglio di possibilità che vanno dalla vita delle cose a quelle dello spirito. Si passa dall’idea di “curare” un terreno o una pianta per goderne dei frutti, grazie a lavoro, al senso metaforico di coltivare un’attività, una passione, dedicandosi con impegno, ma poi la questione si amplia: si coltivano le amicizie e i rapporti, e così vale per i sentimenti e le speranze. Coltivare, invece, riflessivo, significa migliorare la propria educazione e la propria cultura. La Costituzione all’art. 4, straordinario nel suo portato etico, ricorda che “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Fin qui tutto funziona. Ma nessuna azione è libera se il sistema istituzionale non lo garantisce. Posso coltivare una terra se non ce l’ho? Posso godere del frutto del mio lavoro se, come accaduto in questi giorni in Palestina, migliaia di ulivi sono stati sradicati dall’esercito israeliano nel vilaggio di Mughayyir, nei pressi della città di Ramallah, per fare tabula rasa delle speranza? Posso migliorare la mia educazione in un’arena di guerra, con le scuole e università distrutte? O, più semplicemente, se la struttura sociale in cui sono incardinata non considera la crescita culturale come un investimento prezioso sul futuro di ciascuno, coltivando una visione di benessere, e la limita alle bambine o a persone con pochi mezzi? Lo racconta bene il pittore francese Millet, esponente della corrente del Realismo, che pone il proprio sguardo sulle contraddizioni dolorose e inique della società Quell’ che all’apparenza sembra un quadretto bucolico, con l’armonia serena del lavoro dei campi, mostra in realtà un sistema sociale prevaricante, rigidamente diviso, senza speranza di riscatto. Sotto lo sguardo sorvegliante dell’uomo a cavallo a destra, sullo sfondo, il lavoro dei campi è oggetto di attenzione senza scampo. La messa è stata buona, il frumento viene raccolto in gonfi covoni. È il turno delle spigolatrici, l’ultima delle classi sociali agricole, quelle che non hanno niente e chiedono il permesso di raccogliere le poche spighe rimaste a terra dal lavoro dei contadini. Poca cosa, ma magari portandole al mulino verrà una porzione di farina, da condividere con la propria famiglia. L ‘estrema dignità di queste donne, la delicatezza della loro presenza non cancella la dura realtà senza scampo della macchina produttiva in cui sono inserite.
Così, quando pensiamo all’articolo 4, all’invito e al dovere di mettere a frutto i nostri talenti, non dobbiamo dimenticarci che questo articolo può esiste solo se lo si difende, non solo nel nostro terreno, ma con lo sguardo di un’intera comunità Ogni persona che non ha accesso alla cultura, alle relazioni, alle speranze, alla costruzione del futuro, è un frammento insostituibile dell’umano che muore, e che si tratti del nostro quartiere o della politica internazionale, non ci si può girare dall’altra parte, non si può stare sul cavallo, ma nel campo, tra le spigolatrici, e sollevare la testa, e provarci, a cambiare le cose. Ognuno con i propri talenti, le proprie possibilità e il proprio lavoro. Perché il progresso materiale e sociale della società non si raggiunge se non così.
