
P come PACE
Parole e immagini per un nuovo dizionario
𝘒𝘢𝘥𝘦𝘳 𝘈𝘵𝘵𝘪𝘢, 𝘛𝘳𝘢𝘥𝘪𝘵𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭 𝘙𝘦𝘱𝘢𝘪𝘳, 𝘐𝘮𝘮𝘢𝘵𝘦𝘳𝘪𝘢𝘭 𝘐𝘯𝘫𝘶𝘳𝘺, 2014
Con le parole configuriamo il mondo. In questi giorni di passaggio, Pesach, inauguriamo con Giovanna Brambilla, membro della knowledge community di CCW, un abbecedario di riflessioni. Partiamo dalla lettera P, come presupposto per ogni futuro desiderabile, guardando negli occhi questo periodo storico in cui siamo immersi, la ruvidezza del reale. All’arte chiediamo una lente. A Voi, costruttori di Pace, auguriamo disarmo interiore.
“Non possiamo pensare alla Pace come a una situazione di immutabile serenità, ma al risultato di una negoziazione continua e tenace. Allo stesso modo non possiamo pensare alla Pace come a qualche cosa di indolore, che cancella i traumi del passato per un nuovo e luminoso avvenire”. Questo è quanto sembra di poter leggere nell’opera 𝘛𝘳𝘢𝘥𝘪𝘵𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭 𝘙𝘦𝘱𝘢𝘪𝘳, 𝘐𝘮𝘮𝘢𝘵𝘦𝘳𝘪𝘢𝘭 𝘐𝘯𝘫𝘶𝘳𝘺 (Rimedio tradizionale, ferita immateriale) dell’artista franco algerino Kader Attia. Al centro del suo lavoro si trova, come un invisibile ordito, la relazione tra lesione e cura, tra ciò che ferisce e separa, e ciò che cuce e ripara. In quest’opera, che l’artista ha ripreso in diverse sedi, Attia si è fatto carico di intervenire sul pavimento di uno spazio deputato all’arte e alla cultura, in cui le crepe sono narrazioni di lesioni e passaggi che si sono stratificati nel tempo. Il restauro, la riparazione, la cura, a cui l’artista si dedica con lo scrupolo di un medico, assumono la forma di una sutura. Le graffette metalliche, lontane dall’essere una cucitura invisibile ed estetica, hanno invece una forte visibilità, che attira la nostra attenzione non solo su cosa è stato fatto per perseguire una guarigione, ma anche sulla lesione esistente.
Sono i due lati della medaglia, soprattutto se le ferite di cui si parla sono originate da cause immateriali, dal colonialismo, da conflitti che hanno radici profonde, dalla violenza. Attia opera secondo un canone inverso rispetto a quello occidentale, in quanto guarire un taglio non coincide con il renderlo invisibile, obliterarne la memoria, ma con il celebrarne l’esistenza, nominarlo, per poi affrontarlo. In maniera analoga alla pratica giapponese del kintsugi, che rinsalda con l’oro fuso le crepe sulla superficie delle teiere utilizzate per la cerimonia del tè, Attia ricorda che nelle società africane primitive un oggetto rotto veniva riparato più volte: esibire la ferita dava valore alla riparazione, la cicatrice è necessaria, proprio perché racconta che lì la pelle ha innalzato una barriera, ha risposto al vulnus con una visibile resistenza. In occidente, invece, per Attia, si è sempre posto come obiettivo quello della rimozione del danno, del restituire un oggetto alla sua forma iniziale, negandone e cancellandone il ricordo e le tracce.
La Pace allora è questa cucitura visibile, questa capacità di riconoscere le ferite, anche immateriali, i danni, e agire in modo ostinato e contrario rinsaldando, avvicinando entrambi i lembi della lesione, facendo manutenzione consapevole e quotidiana, centimetro dopo centimetro, onorando la memoria e preparando una strada.
