8 marzo. Sei anni di CCW – Cultural Welfare Center. Tempo di bilanci. Tempo di scelte

8 marzo. Sei anni di CCW – Cultural Welfare Center. Tempo di bilanci. Tempo di scelte.

Sei anni fa, in coincidenza con l’inizio della pandemia, un gruppo interdisciplinare di professionisti e professioniste dava vita a CCW. Questa iniziativa nasceva come un atto coraggioso di assunzione di responsabilità, volto a rispondere con determinazione a una crisi sanitaria presto trasformatasi in emergenza sociale, educativa e democratica.

L’impegno primario di CCW è riaffermare il ruolo della cultura quale risorsa essenziale per il ben-essere individuale e collettivo, specialmente in un’epoca in cui i sistemi di welfare, sottoposti a forti pressioni, richiedono un profondo ridisegno. L’obiettivo è contribuire attivamente alla creazione di condizioni abilitanti che permettano alla creatività di diventare un pilastro della salute pubblica e della coesione sociale.

In questi sei anni abbiamo lavorato affinché il welfare culturale uscisse dalla dimensione sperimentale e diventasse orizzonte strutturale:

  • portandolo nei documenti strategici e nelle agende pubbliche e degli investitori sociali
  • stimolando lo sviluppo della ricerca, delle sperimentazioni delle pubblicazioni
  • costruendo dialogo e competenze trasversali tra cultura, sanità, scuola e terzo settore e attivando chiamate all’azione
  • creando alleanze nazionali e internazionali per contribuire a posizionare l’Italia nel dialogo europeo e l’Europa nel dibattito italiano

Dal 2021, la CCWSchool ha coinvolto oltre 4000 persone con all’attivo tre edizioni del Master Executive Cultura & Salute. 10 le traduzioni di manuali e rapporti internazionali per promuovere chiamate all’azione e le 10 ricerche condotte. A questo si aggiunge un grande focus sulla progettazione e la valutazione, condotta dal CCW Lab valore, e oltre 600 partecipazioni a convegni e lezioni.

L’impatto non è solo nei progetti realizzati, ma nel cambiamento culturale avviato, collettivo e istituzionale, di linguaggio e di paradigma: oggi parlare di cultura come determinante di salute è possibile, legittimo, necessario.

Ma il punto non è celebrativo. È politico. Perché il welfare culturale non è un “accessorio”. È una scelta di campo per riconoscere la cultura come infrastruttura sociale per investire nella promozione della salute, nella prevenzione e nella coesione.

Sei anni sono un passaggio. Non un traguardo.

Il cambiamento è in corso. Una vera e propria trasformazione genetica delle istituzioni culturali in un momento in cui la domanda di senso, relazione, partecipazione è più forte che mai. Occorre ridurre le disuguaglianze. 

La prospettiva che abbiamo davanti richiede un salto: stabilizzare le pratiche, integrare le politiche, consolidare la sostenibilità, costruire nuove competenze e figure professionali, rafforzare la ricerca e la valutazione d’impatto.

Il lavoro ora è rendere irreversibile ciò che abbiamo contribuito ad avviare. Il lavoro che stiamo coltivando per l’introduzione della prescrizione sociale è uno strumento per attuarlo. L’impegno su grandi fenomeni come le solitudini, l’invecchiamento, il ben-essere delle nuove generazioni, l’attenzione ai curanti sono un pilastro. Per agire con densità, lucidità, alleanze solide e visione lunga. 

Con i nostri soci e le nostre socie che aumentano, il team, i partner – Università, aziende ospedaliere, centri di ricerca, investitori sociali, imprese, Pubbliche Amministrazioni- che hanno avuto fiducia in noi e molti che stanno riconoscendo questa pista di sviluppo. Con tutte e tutti Voi.

Perché il welfare culturale non è una stagione. È una trasformazione sistemica.

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